Moisi Guga: Prove di narrazione

Moisi Guga_smallNato a Shkoder (Albania) nel 1988, vive e lavora a Torino. Dopo essersi diplomato come Tecnico della Grafica Pubblicitaria ha frequentato l’Accademia Albertina di Belle Arti di Torino laurendosi nel 2011 in Grafica d’arte. Attualmente frequenta il biennio specialistico del corso di laurea in Grafica d’arte presso la stessa Accademia.
È artista, illustratore, grafico e collabora con il progetto Print About Me, iniziativa dedicata alla promozione della grafica d’arte contemporanea. Dal 2007 partecipa a diverse mostre collettive tra cui SetUp Art Fair 2014 a Bologna e la Kermesse internazionale arte plurale a Torino nel 2013.

Moisi Guga - Prove di narrazione, 2014, stampa a getto d’inchiostro, collage, acrilico su carta, 70x100cm

Moisi Guga – Prove di narrazione, 2014, stampa a getto d’inchiostro, collage, acrilico su carta, 70x100cm

“Che cos’’è questa valle per una famiglia che viene dal mare,
che non sappia niente della luna e dei falò?
Bisogna averci fatto le ossa, averla nelle ossa come il vino e la polenta,
allora la conosci senza bisogno di parlarne”
Cesare Pavese
Sono prove, “Prove di narrazione”, prove di auto-appropriazione, prove di costruzione del sé attraverso esperimenti ed esperienze: il lavoro del giovane Moisi Guga è la sintesi illustrata di un progetto di ricerca che, in un luogo fortemente caratterizzato e riconoscibile, invita all’autoscoperta, alla messa in discussione, contribuisce alla costruzione di un’identità artistica altrettanto caratterizzata e riconoscibile.

Guga parte dall’osservazione quale forma di descrizione, lentamente mette a fuoco un paesaggio unico ed evocativo attraverso il quale, silenziosamente, ci lasciamo condurre in passeggiata. Un percorso di avvicinamento delicato nel quale emerge, prepotente, la semplicità della bellezza nella sua assoluta compiutezza.

Nelle “Prove di narrazione” c’è il riconoscimento della necessaria lentezza che porta alla formazione identitaria, la stessa lentezza che è necessario riporre nel processo di stampa. C’è quindi l’inevitabile distanza tra il soggetto e la sua rappresentazione e c’è l’inganno della simulazione. Una serie di immagini, via via meno sfocate, descrivono lo sviluppo di una polaroid che definisce simbolicamente la creazione di un paesaggio e della sua identità.

Più che il risultato, ciò che interessa all’artista è il processo costituito da tempi di elaborazione che permettono di passare da un luogo invisibile (il bianco della carta fotografica) a un luogo visibile (l’immagine definita), dal vuoto al pieno, dall’insignificante al significante.

Il risultato è la rappresentazione di un luogo che sa perfettamente cosa è e cosa vuole essere e che, pur nel suo costante modificarsi, è eterno, è prima e dopo di noi.

La riproduzione pare senza tempo, sospesa ed evocativa come un’immagine di repertorio. Eppure, in netto contrasto con lo sfondo, in primo piano appare un segno grafico decisamente contemporaneo, tanto nel colore quando nella forma, espressione dell’età, dei riferimenti iconografici e del talento del giovane artista che l’ha ideato. Potente ma tenue, senza bisogno di distruggere ma integrandosi, l’elaborazione grafica alterna senza avvelenare, completa l’immagine di sfondo.

Nell’osservazione più approfondita del lavoro c’è un momento in cui i due elementi diventano tutt’uno, si appartengono e smettono di esistere singolarmente, non più somma ma unicum, paesaggio e artista.